Venerdì 23 Giugno 2017

Faenza, inaugurato ieri il Museo del Risorgimento a Palazzo Laderchi

Sabato 3 Ottobre 2009 - Faenza, Castel Bolognese
La prima impressione è che non si tratti della solita raccolta di cimeli più o meno gloriosi ma francamente deprimenti - la camicia rossa garibaldina sforacchiata e magari insanguinata, una pistola appartenuta al tal carbonaro, le medaglie, qualche bandiera polverosa e stinta - come da idea stereotipata che associamo ai musei risorgimentali, complice il ricordo di qualcuno che in effetti è, o era, così.

Il Museo del Risorgimento e dell'Età contemporanea parte, venerdì 2 otto-bre, con il vantaggio di una sede assai prestigiosa, centralissima, magnifi-camente restaurata, da tempo chiusa e rimpianta dai faentini: la Galleria delle Feste e tre sale adiacenti, in Palazzo Laderchi. Come noto, la Galleria costituisce la prima grande «impresa» faentina di quel fervidissimo decora-tore che fu Felice Giani, affrescata con le scene mitologiche di Amore e Psiche nel 1794. E' vero che la bellezza di un contenitore non basta a nobi-litare qualsiasi contenuto, però bisogna ammettere che aiuta.

Ma vediamolo, questo contenuto. Per ora sono «solo» - si fa per dire - 140 pezzi, quindi meno di un decimo del patrimonio complessivo dell'istituto, ammontante ad oltre 1.500. Compongono una mostra - «Faenza dall'Età Napoleonica alla Spedizione dei Mille» - che tuttavia non è effimera, non chiuderà e già da sola forma il nucleo del Museo. Museo che si allargherà agli altri ambienti del Palazzo man mano che procederanno i restauri dei pezzi - e questo è il vero indice di qualità, anche se richiede tempo e soldi - , sempre con la cura della Biblioteca Comunale e con i fondi messi a dispo-sizione dall'Ibc (Istituto beni culturali) della Regione e dal Comune di Fa-enza.

Di fatto il museo esiste da 105 anni perché risale al 1904 quando fu allesti-ta presso la Pinacoteca, allora Museo Civico, una prima esposizione sul contributo dei Faentini al Risorgimento. Poi nel 1929, con Piero Zama di-rettore della Biblioteca (il quale già nel '21, in tre sale di Palazzo Manfredi, aveva organizzato una «Mostra dei Cimeli della Indipendenza Italiana» includendovi oggetti della Grande Guerra e ottenendo da diversi privati la donazione degli stessi), la raccolta fu collocata in quella che oggi è l'Emeroteca, a fianco della Sala Dante. In seguito si aggiunsero ulteriori arricchimenti, specie nel 1935-36 e nel 1960 sulla lotta di liberazione, con quell'apertura al contemporaneo (non più solo Risorgimento in senso stret-to) che caratterizza il museo nel suo complesso. La chiusura del 1975 ed il successivo trasferimento in depositi (tra cui Palazzo Mazzolani, dove av-venne un furto notturno ai danni di un medagliere e di qualche altro reper-to) segnarono un periodo di abbandono che termina oggi, o meglio, termi-nato con la lunga preparazione che culmina nell'odierna riapertura. Prepa-razione che ha comportato catalogazione, restauro e infine l'allestimento attuale, curato da Giorgio Cicognani della Biblioteca Manfrediana e da Paola Casta dell'assessorato comunale alla Cultura, con la direzione di Anna Rosa Gentilini.

INVITO ALLA VISITA

L'esordio è fulminante perché si parte proprio dal bellissimo salone delle Feste, dove ai restauri degli anni '90 e del 2002 si è aggiunto il recente rifa-cimento del pavimento (il materiale è nuovo ma rievoca quello antico e non fa certo rimpiangere l'orrenda moquette aggiunta negli anni '70), con la riacquisizione dell'originaria luminosità. L'allestimento è elegante - e in un ambiente del genere non poteva esser che così - ma leggero, sobrio e non ostentato, con la parziale riutilizzazione delle bacheche di due recenti mostre, sulla collezione Sabbatani e sulle Torricelliane.

Il contenuto parte dal 1797 con l'arrivo dei Francesi a Faenza, anzi, con un celebre bando, di poco precedente, del Consiglio degli Anziani che invita la popolazione alla calma. I documenti sono tutti in originale, la loro lettura richiede tempo e anche qualche difficoltà dovuta alla grafia e all'uso di termini desueti ma consente di avere uno spaccato efficace non solo sulla storia, com'è ovvio, ma anche sui costumi e sulla psicologia dell'epoca. Al materiale documentario si affiancano altri reperti fra cui si segnalano le antiche foto delle caricature di Felice Giani ridicolizzanti le armate papaline (molto raccogliticce e raffigurate dal filo-giacobino Giani come una massa di bifolchi sobillata dai preti) che tentarono di fermare i Francesi sul Senio.

Si procede nelle sale adiacenti con dipinti che raffigurano i protagonisti faentini (fra cui i Laderchi: oltre ad esser gli antichi proprietari del Palazzo furono tra gli esponenti più importanti di quella parte della nobiltà cittadi-na illuminata e progressista) o alcune scene memorabili (si veda il notturno della Piazza con i festeggiamenti della Repubblica Romana, del miscono-sciuto Francesco Rava), oltre ad armi, manifesti, divise, monete e docu-mentazione di vario tipo sulle vicende che portarono all'Unità d'Italia. Ci sono oggetti di significato quasi «reliquiale», ad esempio la palla di canno-ne francese che perforò il battente della Porta Imolese arrivando, secondo le cronache, fino alla chiesa del Suffragio, o il frammento di corteccia del platano piantato in piazza nel febbraio 1849 sempre per la Repubblica Romana. Ci sono gli immancabili ritratti di Garibaldi e di Mazzini, tuttavia entrambi presentano anche un non secondario interesse artistico perché il primo è del grande Antonio Berti e il secondo, firmato e datato 1900, è del diciassettenne Domenico Baccarini. Altre opere sono notevoli - il busto di Napoleone è di Raimondo Trentanove, scultore morto giovane di cui a Faenza resta pochissimo e l'ovale in maiolica con l'effige di Saffi costituisce una prova dell'abilità tecnica e ritrattistica di Angelo Marabini - e tuttavia, come detto, non c'è solo questo: non a caso come simbolo della mostra è stato scelto un manifesto con una litografia di Giacomo Gulmanelli che raffigura quello che resta forse l'episodio più noto del «Risorgimento faentino», il cosiddetto Moto delle Balze, cioè «l'audace tentativo rivoluzionario» del settembre 1845 condotto dal generale Raffaele Pasi e da Don Giovanni Verità.

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