Domenica 19 Novembre 2017

San Pier Damiano Hospital, artrosi del ginocchio: innovazione e materiali di ultima generazione

Martedì 21 Marzo 2017 - Faenza
A destra il Prof. Hassan Zmerly

L'artrosi al ginocchio è una patologia molto frequente negli over 60, colpisce oltre 2 milioni di italiani. Il futuro è dato dalla riparazione biologica con cellule staminali

Utilizzo di metodiche innovative, materiali di ultima generazione e oltre 600 interventi l’anno, 200 dei quali dedicati alla protesica del ginocchio e dell’anca e 250 per artroscopia, questi sono solo alcuni dei numeri della San Pier Damiano Hospital di Faenza, ospedale accreditato con il Servizio Sanitario Nazionale, tra le eccellenze nazionali della chirurgia ortopedica del ginocchio.

 

“L’artrosi del ginocchio è una malattia invalidante: per chi ne è affetto anche le attività più semplici possono diventare problematiche - spiega il Professor Hassan Zmerly, da oltre 15 anni a San Pier Damiano Hospital e dal 2010 Corresponsabile dell’Unità Operativa di Ortopedia e Traumatologia - Il dolore, il primo e principale sintomo della patologia, costringe il paziente a limitare i movimenti, rinunciare ad una passeggiata, evitare di raccogliere oggetti a terra, andare in bicicletta, praticare qualsiasi disciplina sportiva".



Sulla base delle stime oggi disponibili, si calcola che in Italia siano affetti da artrosi del ginocchio oltre 2 milioni di persone, soprattutto gli over 60. Dati in linea con un’analisi effettuata recentemente da San Pier Damiano Hospital: su un campione di 4.463 pazienti, sottoposti ad artroscopia del ginocchio, è emerso che il 91,9% dei casi esaminati presentava lesioni della cartilagine.



Quando si parla di usura della cartilagine, si fa riferimento al termine condropatia; che sia essa di natura degenerativa, traumatica o successiva ad un intervento di asportazione del menisco, la patologia ha un’evoluzione lenta ma progressiva, fino all’usura completa di tutta l’articolazione. Se le terapie farmacologiche e riabilitative falliscono, o si dimostrano non risolutive, è possibile adottare, prima della sala operatoria, metodiche di ultima generazione come l’impiego delle cellule staminali o il Prp (gel piastrinico, concentrato del sangue contenente i fattori di crescita che inducono la riparazione del tessuto).


“Le cellule staminali in particolare - dice il Professor Hassan Zmerly - sono cellule prelevate dal grasso o dal midollo osseo ed impiantate nell’articolazione danneggiata: queste cellule hanno la capacità di trasformarsi nei condrociti (cellule cartilaginee). Ad oggi sono in corso studi e ricerche per approfondire l’efficacia di questa tipologia di trattamenti”.


La chirurgia ortopedica applicata alle lesioni cartilaginee o nell’artrosi del ginocchio rappresenta invece una vera e propria sfida per gli specialisti, specie se hanno davanti pazienti giovani e attivi.


“Se l’artrosi è di lieve entità – chiarisce il professor Zmerly - l’artroscopia è utile nel ripulire l’articolazione dai detriti (frammenti) cartilaginei e nel trattare le lesioni a carico del menisco. Attraverso l’artroscopia si elimina il sintomo principale, il dolore, favorendo così la ripresa della mobilità dell’arto. È una tecnica chirurgica mininvasiva praticata con l’impiego di un piccolo strumento chiamato artroscopio - collegato ad un monitor e introdotto tramite una piccola “porta” cutanea (5 millimetri) - che consente di visualizzare dall’interno, e a 360 gradi, lo stato dell’articolazione. Per mezzo di altre mini incisioni vengono poi inseriti gli strumenti chirurgici necessari all’operazione. L’intervento viene effettuato o in anestesia locale (solo il ginocchio), loco-regionale (tutto l’arto inferiore) o generale. La durata dell’artroscopia può variare indicativamente da 45 minuti a un’ora e mezza, secondo la patologia da trattare”.


“Nei pazienti under 60 con danno più serio della cartilagine –  continua il professor Zmerly - l’obiettivo primario del medico è invece quello di procedere alla riparazione o alla sostituzione di essa mediante altre procedure chirurgiche quali le microfratture dell’osso (stimolando il midollo osseo a formare tessuto riparativo fibro-cartilagineo); gli innesti osteo-condrali (osso+cartilagine) prelevati dall’articolazione del paziente ed inseriti nell’area in cui è presente il difetto; il reimpianto di condrociti (le cellule cartilaginee) prelevati sempre dal paziente; le membrane di collagene oppure gli innesti sintetici”.


“Se il grado di artrosi del ginocchio è il più grave riscontrabile – aggiunge il professor Zmerly - l’unica alternativa rimane la sostituzione, in anestesia generale o spinale, dell’articolazione con l’innesto di protesi totale o parziale (mediale, laterale, femore-rotula). Il consolidamento delle tecniche interventistiche, lo sviluppo della chirurgia mininvasiva (incisioni ridotte, minor sanguinamento, minor stress operatorio), il rispetto dei tessuti - e dunque una ripresa psicofisica del paziente più rapida - uniti all’evoluzione dei materiali (TNT, Polietilene, Ceramica) con una durata nel tempo delle protesi di oltre 20 anni, ci consentono oggi di migliorare i risultati clinici e ridurre al minimo le complicanze”.



Il tempo di recupero successivo all’artroscopia del menisco è stimabile in 1 mese, mentre se l’intervento riguarda la rimozione dei frammenti cartilaginei la tempistica è indicativamente di 2-3 mesi. Quando si fa ricorso alla protesi del ginocchio, il paziente si ristabilisce nell’arco di 3-6 mesi (dipende dal soggetto operato e dalle condizioni cliniche di partenza). Per quanto riguarda invece la riduzione e cura delle patologie cartilaginee e di artrosi vera e propria, esclusa quindi l’interventistica diretta, non vi sono tempi certi poiché i trattamenti vanno ciclicamente ripetuti ed hanno come funzione primaria quella di alleviare solo la sintomatologia.


“Il futuro – conclude il Professor Zmerly - è dato dalla riparazione biologica con cellule staminali; allo stato attuale la sostituzione protesica trova indicazione nei casi più gravi, mentre l’artroscopia ha effetti solo sui sintomi della malattia ma non blocca il suo avanzamento”.

 

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