Domenica 19 Novembre 2017

Parla Sassatelli nuovo Presidente di RavennAntica: la cultura non si fa con i conti della serva

Giovedì 18 Maggio 2017
Giuseppe Sassatelli

È stato eletto oggi pomeriggio. Subentra a Elsa Signorino che era stata alla Presidenza dell'Istituzione dalla sua fondazione e fino alla nomina ad Assessore alla Cultura nella Giunta di Michele de Pascale, un anno fa

Il Prof. Giuseppe Sassatelli è il nuovo Presidente della Fondazione RavennAntica. È stato eletto nel CdA di oggi pomeriggio. Subentra a Elsa Signorino che era stata alla Presidenza dell'Istituzione dalla sua fondazione e fino alla nomina ad Assessore alla Cultura nella Giunta di Michele de Pascale, un anno fa. In questi mesi il vicepresidente Lanfranco Gualtieri aveva svolto la supplenza come Presidente. 

 

Giuseppe Sassatelli è Professore ordinario nel Dipartimento di Storia Culture Civiltà dell'Università di Bologna, è Direttore della Scuola Superiore di Studi sulla Città e il Territorio (SSCT) ed è professore ordinario di Etruscologia e Archeologia Italica. È membro ordinario dell'Istituto Nazionale di Studi Etruschi e Italici, membro del Consiglio Superiore del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali ed è Presidente del Comitato tecnico-scientifico per i Beni Archeologici del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali. È membro dell'Accademia delle Scienze di Bologna. È Presidente del Centro Studi per l'Archeologia dell'Adriatico.

 

 

 

L'INTERVISTA

Professor Sassatelli lei è un etruscologo di chiara fama e sa che da sempre si parla di Ravenna come di una città le cui origini affonderebbero nella civilizzazione etrusca. In questa nostra città bizantina, dove nulla è mai certo, può darci almeno questa certezza?

“Sì. Non ho molte certezze ma su questo punto posso rispondere con assoluta certezza: Ravenna fece parte dell’Italia etrusca. Entrò più tardi nella sfera d’influenza e di civilizzazione etrusca rispetto ad altre città, ma anche Ravenna fu certamente etrusca. Insieme a Spina a nord e a Rimini a sud, Ravenna rappresentava lo sbocco della potenza etrusca in Adriatico.”

 

Veniamo a RavennAntica, che ora è stato chiamato a presiedere. Lei ha già collaborato a lungo con la Fondazione e conosce da vicino questa esperienza. Dunque, nessuna novità per lei?

“RavennAntica la conosco non solo perché sono stato nei suoi organi istituzionali, ma anche perché ho partecipato a molti dei progetti sui quali la Fondazione è stata impegnata in questi anni. Penso al progetto per il Museo di Classe, alla sistemazione dell’area archeologica. Ho seguito da vicino, come archeologo, questi e altri progetti.”

 

Lei ha partecipato anche al percorso di musealizzazione e di apertura al pubblico del sito dell’Antico Porto di Classe, giusto due anni fa, immagino?

“Certo.”

 

E il prossimo appuntamento, il più importante, è quello dell’apertura del Museo di Classe nel 2018. Che cosa mi dice al proposito?

“Mi lasci dire, intanto, che per me, da non ravennate, l’esperienza di RavennAntica è di grande importanza, è un modello per la gestione e la valorizzazione del nostro patrimonio archeologico e culturale. Lo è sul piano istituzionale, per tutti gli attori messi in campo a collaborare per lo stesso obiettivo. Lo è sul piano scientifico, perché la Fondazione ha utilizzato in senso buono e positivo la risorsa università. E lo è sul piano della valorizzazione, perché obiettivamente le cose che propone sono nuove e di grande qualità. Non lo dico in senso campanilistico, lo dico perché me lo suggeriscono la mia esperienza e la mia frequentazione con RavennAntica.”

 

Ed è per questo che ha accettato questo incarico?

“Sì. Questo è un modello e la mia azione sarà in continuità con la progettualità che si è sviluppata negli anni. Naturalmente, adesso dovrò entrare più nel merito, vedere le cose e poi tracciare le linee del mio programma. Il Museo di Classe ovviamente sarà centrale in tutto questo.”

 

Come sarà il Museo di Classe di cui si parla da così tanto tempo?

“Secondo me il Museo di Classe, progetto che ho seguito come specialista, sarà davvero molto innovativo e avrà un rilievo a livello nazionale. Non dovrà essere e non sarà solo un luogo dove si conservano e si ammirano dei reperti. Sarà un luogo in cui si fa studio, ricerca, restauro. Sarà un luogo vivo. L’idea del museo contenitore appartiene al passato. Il museo invece deve essere un centro di attività, frequentato da studiosi, ricercatori, archeologi, restauratori. Non sarà una cattedrale nel deserto, ma attraverso queste persone e queste attività sarà collegato alla vita pulsante della cultura ravennate e dell’università.”

 

E con il Museo di Classe prende finalmente forma il Parco Archeologico di Classe con il percorso che dal Museo porta alla Basilica e al Porto Antico e domani, magari, a San Severo...

“Esattamente. Per fare del Museo un luogo vivo e vitale il legame con l’università è fondamentale.”

 

Beh, qui gioca in campo amico.

“L’università ha delle risorse umane e strumentali e ha le competenze scientifiche per fare cose di un certo livello, competitive. Il rapporto con l’università quindi va rafforzato. L’altro aspetto è quello cui accennava lei: Museo e Parco di Classe diventano due bei tasselli di un percorso complessivo; e in futuro dobbiamo pensare anche alla Basilica di San Severo. Un luogo intermedio fra Porto, Basilica di Sant’Apollinare e Museo e, soprattutto, un sito importante dal punto di vista scientifico. Lì abbiamo già condotto scavi e ricerche e abbiamo gli elementi per poter realizzare un’altra fondamentale stazione del parco.”

 

Naturalmente lei è al corrente delle polemiche politiche di questi ultimi tempi che si sono addensate su RavennAntica. Che cosa ne pensa, a parte il fatto che immagino ne avrebbe fatto volentieri a meno?

“Io non mi vanto di molte cose, ma di una sono orgoglioso: nella mia vita professionale, in cui ho ricoperto anche diversi incarichi istituzionali, mi vanto di essere sempre stato un ricercatore, un professore universitario, uno specialista e un uomo libero e indipendente. Con la politica ho avuto solo rapporti esclusivamente professionali. Io ero e sono un professore che parla con gli amministratori da tecnico e specialista: la politica in senso stretto mi è completamente estranea. E lo dico con tutto il rispetto per la politica. Questa cosa mi aiuta. Aggiungo che la dialettica politica è utile, ma quando la polemica politica arriva a livelli molto bassi allora non fa bene. Bisognerebbe avere più equilibrio e restare più al merito delle cose.”

 

 

 

 

Insomma, lei è fuori dai giochi e chiede alla politica di misurarsi sui problemi, non di fare caciara?

“Bisogna recuperare serenità e capacità di guardare nel merito delle cose. Quando dico che sono fuori dalla politica dico che sono fuori da una rappresentazione ideologica e di deformazione politica delle cose. Stiamo al merito. Cosa si è fatto. Cosa si fa. Cosa serve. Quanto si è speso. Quali risultati sono stati ottenuti.”

 

Le faccio una mia ipotesi di lavoro. In questa fase, tutte queste polemiche su RavennAntica non sono per caso sorte perché la Fondazione ha raggiunto un accordo importantissimo con il Ministero dei beni culturali per la gestione del patrimonio ravennate. Un accordo che assegna proprio a RavennAntica un ruolo centrale. Questa cosa può avere scatenato gelosie e avere intaccato piccoli o grandi interessi costituiti? Forse ha pestato i piedi a qualcuno?

“Io ero presente a quella firma, a Roma, davanti al Ministro Franceschini. Sulla sua ipotesi di lavoro io non so e non posso dire nulla. Forse dovrebbe chiederlo ai politici. La mia idea è che quell’accordo rappresenta uno snodo decisivo per gestire in modo nuovo i nostri beni culturali. Attraverso quell’accordo c’è la partecipazione della comunità locale alla gestione del patrimonio culturale o almeno di una sua parte cospicua e ciò non era mai avvenuto prima. È un punto di partenza perché è tutto da costruire e non sarà facile. Ma questo snodo è fondamentale e non a caso ci abbiamo lavorato per tanti anni. Se questo pesta i piedi a qualcuno non lo so. Ma se una cosa è buona è buona, anche se scomoda per qualcuno. Quando dico di stare al merito dico esattamente questo.”

 

Sulla gestione di RavennAntica sono stati sollevati dubbi e critiche da parte di gruppi dell’opposizione: si dice, la Fondazione ha avuto troppi soldi, ha speso troppo denaro pubblico e ha ottenuto risultati modesti. Lei che ne pensa?

“Si tratta di giudizi approssimativi. Certo la spesa è stata significativa ma i risultati sono stati di grande rilievo. Non è vero che i risultati siano modesti. Per cui non accetto questo giudizio liquidatorio e questa approssimazione, spesa troppo alta per risultati così modesti. No, non è così. Aggiungo, se mi permette, che l’impegno e gli investimenti per i beni culturali, che vanno nella direzione di diffondere conoscenza e cultura, non possono essere finalizzati a un ritorno economico immediato. Non si può pensare che i beni culturali possano avere un'autonomia economica, cioè tot soldi spesi per tot soldi entrati. Nei beni culturali non funziona così. Il ritorno economico magari non è immediato ed è più ramificato nel territorio. Per esempio, c'è il ritorno per il turismo e per altre attività. E il ritorno non si misura solo sul piano quantitativo o con parametri economici. Perché c'è anche un ritorno in termini di cultura diffusa, di civiltà, di memoria, di conoscenza, di sapere, di convivenza. Di crescita culturale dei nostri concittadini. Tutto questo non è immediatamente traducibile in denaro. Ma è un obiettivo straordinario.”

 

Insomma, qui non possiamo fare solo i conti della serva?

“No. Assolutamente. Non possiamo tradurre tutto in denaro. Le faccio l'esempio degli ospedali. I nostri ospedali sono finanziati per curare bene i nostri cittadini, non per fare bilanci in pareggio o fare utili. Certo, la spesa per la salute deve essere responsabile e sostenibile, ma la salute va garantita e non si assicura con i conti della serva.”

 

Lei parla di benessere fisico, ma intende ovviamente anche il benessere spirituale e culturale…

“Sì. Una comunità come quella di Ravenna che diventa più colta e più consapevole di sé attraverso il suo patrimonio culturale rappresenta un grande obiettivo. Si tratta di tenere in equilibrio il livello dell’investimento in cultura con il livello dell’offerta culturale. E il costo di questa operazione deve essere sostenibile. Ma non è una cosa da contabili o da lista della spesa.”

 

A cura di P. G. C. 

 

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