Mercoledì 26 Giugno 2019

Se Luca si sente Giulia. Quando sesso e identità "fanno a pugni". La storia di una 12enne di Ravenna

Lunedì 18 Febbraio 2019

Gli insulti alle elementari: “Sei frocio”. La solitudine dei mancati inviti alle feste di compleanno. Ma più di tutto, il disagio di non poter manifestare il proprio sé intimo, la propria identità, quando non corrisponde al sesso biologico assegnato alla nascita. Quella che andiamo a raccontare è una storia di “varianza di genere”.

 

Protagonista, un'adolescente di Ravenna, che fin dalla più tenera età ha dimostrato di non riconoscersi nell’identità di genere che il suo sesso di nascita gli proponeva, quella di maschio. E che oggi, a 12 anni, con tanta sofferenza e altrettanta determinazione, assieme alla sua famiglia, sta seguendo un percorso di transizione sociale, per manifestare apertamente l’identità nella quale si è sempre riconosciuta, quella femminile.

La società, soprattutto in Italia, tende a trattare i bambini e le bambine con varianza di genere, come se fossero “sbagliati”. Non trovano fuori, nel sociale, nessun tipo di narrazione che li accolga, in cui  riconoscersi. Devono solo sperare nel supporto della famiglia.

Qui si parla di Luca, che da qualche tempo ha scelto di farsi chiamare Giulia, e di Marta, la sua mamma (i nomi sono tutti inventati, per tutelare la privacy della minore, n.d.r.).

“Il mio obiettivo – racconta Marta – è che si possa cominciare a parlare apertamente di varianza di genere, perché quello che non conosciamo ci spaventa, lo teniamo lontano. Io per ora sono l’unica mamma a Ravenna con una figlia in transizione sociale. Siamo seguiti dal Careggi di Firenze che applica il protocollo Onig sulla varianza di genere in età evolutiva. Poi ci siamo avvicinati al blog di Camilla Vivian www.miofiglioinrosa.com e abbiamo scoperto che ci sono tante famiglie come la nostra. Reprimere questi vissuti genera situazioni pesanti in termini di sofferenza. Per questo ne voglio parlare, per fare conoscenza e creare una rete. Sogno che anche a Ravenna possa aprire uno sportello d’ascolto al quale si possano rivolgere i genitori o gli stessi figli, per avere informazioni e confrontarsi”.

Con il termine varianza di genere si indica la condizione di quei bambini e bambine che mostrano, spesso fin dalla primissima infanzia, comportamenti e gusti attribuiti al genere opposto rispetto al sesso con cui sono nati. Per fare qualche esempio, maschi che amano il rosa, le gonne o nei giochi di ruolo interpretano le mamme e femmine che vogliono i capelli corti, amano mostri e supereroi e aborrono fiocchi e lustrini.

Anche l’esperienza di Marta e Giulia è cominciata così: “Mia figlia ha sempre amato i giochi “da femmine” come le bambole - racconta la mamma – e quando ha avuto 6 anni, davanti alla scelta dello zaino per la scuola non ha avuto dubbi: i preferiti erano quelli delle Winx o di Barbie. Ama i trucchi e spesso gioca con i miei. Ricordo fervidamente poi, un episodio particolare: avrà avuto circa 3 anni. Sono entrata nella mia stanza da letto e l’ho trovata davanti allo specchio intenta a provarsi le mie scarpe coi tacchi. Quando mi ha visto, invece di corrermi incontro orgogliosa, come è tipico dei bambini di quell’età quando giocano con le cose dei grandi, è diventata tutta rossa ed è andata a nascondersi piena di vergogna. Ci penso ancora con tanto dolore a quella scena, chissà cosa doveva avere dentro, a soli 3 anni”.

In casa, le cose per Giulia, sono sempre andate tutto sommato lisce: i genitori, accanto ad un primo comprensibile momento di confusione su ciò che stava accadendo al loro bambino, hanno accettato la situazione per il suo benessere psicofisico. “Inizialmente abbiamo pensato che fosse gay, eravamo un po' sconcertati da una realtà che non conoscevamo affatto. Poi ci siamo informati e abbiamo capito che l’interesse sessuale - da chi sei attratto sessualmente - non ha nulla a che spartire con l’identità sessuale - chi ti senti di essere. Tanto più che attribuire interessi sessuali ad un bambino di 3-4 anni è proprio senza senso. In casa nostra, è sempre stata libera di comportarsi come voleva, giocare con quel che voleva, vestirsi come gli piaceva. Ma fuori, anche su consiglio di una psicologa che la segue da quando è nata per via del fatto che è una prematura, si è sempre presentata al mondo come un maschio”.

“Ad altri bambini con varianza di genere vengono suggeriti percorsi diversi – spiega Marta -. Confrontandomi con altri genitori che vivono la nostra stessa condizione, ho scoperto che i loro figli sono da sempre stati incoraggiati a presentarsi al mondo esterno per come si sentivano. Questo ha fatto sì che le classi scolastiche in cui sono stati inseriti li abbiano accolti fin da subito nel genere sentito dal bambino. Nel nostro caso, la transizione sociale sta avvenendo in modo brusco, tutta in una volta e non è facile affrontarne le conseguenze”.

I primi problemi per Giulia sono infatti sopraggiunti con la scuola. “Fin dalle elementari – racconta Marta - è sempre stata molto emarginata dai compagni. Non ha mai avuto amici, tendevano ad evitarla. Per quanto non manifestasse in società il genere al quale si sentiva di appartenere - per intendersi, non andava a scuola vestita da bambina -, la sua diversità rispetto alla norma doveva notarsi e per questo veniva lasciata in disparte. Non ha mai subìto episodi di violenza fisica, ma tanta violenza psicologica. Poi io mi sono ammalata e ho avuto bisogno di concentrarmi sulle cure per sconfiggere la malattia. In quel periodo, è come se si fosse bloccata. Non parlava più del suo sentirsi femmina, non faceva più niente che facesse pensare che c’era questa diversa identità. Credo l’abbia fatto per proteggermi in un momento di fragilità, da una realtà che, sapeva, mi causava dolore”.

“Ma ora che la mia malattia è sotto controllo – continua Marta – è tornata alla carica. Ha preso da parte suo padre per primo e gli ha detto con chiarezza che si sente una femmina, che vuole essere una femmina. Poi ne ha parlato anche con me e ci siamo rivolti al centro Crig del Careggi di Firenze”.

“La prima volta che Giulia ha incontrato la psicologa del Careggi - aggiunge la mamma -, non sono riuscita a rimanere nella stanza, ascoltando tutta la sofferenza che raccontava. Mi sono immaginata come mi sarei sentita io se avessi dovuto spogliarmi in uno spogliatoio maschile, se fossi trattata per quella che non sono”.

Ora Giulia sta frequentando la seconda media e ha deciso di non accettare più compromessi. Si presenta a scuola manifestando la propria identità femminile, indossa abiti femminili, si è fatta i buchi alle orecchie e comincia le prime prove coi trucchi, come tutte le adolescenti della sua età.

I genitori hanno preso contatto con la scuola che frequenta per introdurre l’argomento e tutelare Giulia nella sua transizione e Marta racconta di essersi trovati di fronte ad un muro di gomma. “Stiamo lottando perché abbia un bagno suo, visto che non si è nemmeno parlato di farle usare quello delle femmine, e uno spogliatoio dove non essere costretta a spogliarsi assieme ai maschi. In attesa che si prendano delle decisioni in proposito, l’abbiamo esonerata dall’ora di ginnastica”.

“Un altro obiettivo - continua la mamma - è quello di farla riconoscere con il nuovo nome femminile che si è data e riuscire a portare informazione sulla varianza di genere nella scuola che frequenta. Queste cose sono accolte con successo in altre scuole italiane, ma non qui: per ora non ci sentiamo sostenuti, con fatica siamo riusciti ad ottenere un incontro con la dirigente scolastica. Ci è stato addirittura accennato che sarebbe servito il consenso di tutte le altre famiglie della classe per parlane con i compagni e questo é intollerabile. L'identità e il benessere di una bambina che va a scuola sono il bene primario da tutelare. Lo dice anche la Costituzione”.

“Tramite l'associazione che rappresento, Agedo, ho contattato il Miur e anche l’assessorato alla scuola del Comune e qui ho trovato appoggio, ascolto e soprattutto la volontà di capire questa realtà. Noi comunque – conclude Marta - abbiamo ben presente l’importanza di questa battaglia, per Giulia e per tutti i giovani e le giovani che si trovano ad affrontare questa situazione. Non ci arrenderemo”.

È possibile approfondire l’argomento della varianza di genere sul sito www.genderlens.org.

 

Claudia Folli

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