Martedì 19 Marzo 2019

Casa di riposo Sant’Umiltà. I Sindacati: pesanti violazioni contrattuali verso le lavoratrici

Mercoledì 20 Febbraio 2019 - Faenza, Romagna Faentina
Casa di riposo “Sant’Umiltà”

In Cammino e Zerocento hanno annunciato un piano di riorganizzazione gestionale e un passaggio dei servizi socio-assistenziali. Per mantenere il posto in struttura, alle lavoratrici è stato chiesto di rassegnare le dimissioni

"Cosa succede se non mi dimetto?" A Faenza, in via Cova, al civico 23, dove sorgeva l’antica villa “Galli-Ferniani”, le lavoratrici non si chiedono altro da settimane. Le cooperative sociali In Cammino e Zerocento hanno annunciato un piano di riorganizzazione gestionale della casa di riposo “Sant’Umiltà” che getta ombre sul futuro di poco meno di una trentina di lavoratrici.

Per affrontare questa delicata questione, le sigle sindacali FP Cgil Ravenna, Fisascat Cisl Romagna e Uil-FPL hanno tenuto questo pomeriggio 20 febbraio a Faenza una conferenza stampa, nella Camera del lavoro.


Le due società - spiegano i sindacati - che dal 1998 gestiscono in solido il centro residenziale nel rispetto dei requisiti di accreditamento, sono in pressing, su personale e sindacati, per assicurare il passaggio di gestione dei servizi socio-assistenziali offerti dalla struttura nelle mani della cooperativa In Cammino che, bontà sua, si ritroverà ad “ereditare” anche il personale attualmente in organico a Zerocento.


«Per mantenere il posto in struttura – spiegano FP Cgil Ravenna, Fisascat Cisl Romagna e Uil-FPL – è stato chiesto alle lavoratrici di dimettersi, e rinunciare, di fatto, ad indennità di circa 120-130 euro mensili che le dipendenti percepiscono da quasi vent’anni». Unica contropartita, oltre al mantenimento del trattamento contrattuale in essere e all’anzianità di servizio, il riconoscimento di un incentivo all’esodo di un migliaio di euro lordi e la promessa della stabilità della sede di lavoro fino alla fine del periodo di accreditamento (in scadenza al 31 dicembre del 2020).


«In modo arbitrario ed unilaterale – proseguono le organizzazioni sindacali di categoria di Cgil, Cisl e Uil – senza margine alcuno per una trattativa, e senza riguardo per la responsabilità sociale che avrebbero a svolgere nel territorio di riferimento, le cooperative stanno rendendosi responsabili di pesanti violazioni contrattuali e normative, con conseguente danno professionale ed economico a carico delle lavoratrici coinvolte e con presumibili ricadute deleterie anche sulla continuità e la qualità dei servizi erogati».


Il tutto, ad invarianza delle risorse accordate alle cooperative in ragione del contratto di servizio e del richiamato accreditamento definitivo. «Si dispongono risparmi ed economie – valutano i sindacati – ci si prodiga per “ottimizzare” la gestione e l'organizzazione della struttura, e si lesina sul salario accessorio di queste lavoratrici, senza nemmeno che siano state negate risorse al servizio».


A nulla sono valsi gli appelli alle istituzioni competenti per il territorio. «L’unico ad intervenire – informano i sindacati – è stato il sindaco di Solarolo, Fabio Anconelli, che nell’Unione della Romagna Faentina ha la delega ai servizi socio-sanitari. Il sindaco ha fatto in modo che le cooperative ammettessero il progetto per iscritto in un verbale d'incontro dello scorso 15 gennaio. Poi, però, al fianco delle due società ha tenuto assemblee con le lavoratrici per spiegare l'operazione: prima a Faenza e poi a Casola Valsenio, nella Residenza “S. Antonio Abate e S.S. Filippo e Giacomo”, dove altre 23 lavoratrici, in questo caso dipendenti della cooperativa In Cammino, sono chiamate ad affrontare un meno traumatico passaggio alla cooperativa Zerocento. Anche a Casola, è stato chiesto alle lavoratrici di rassegnare le dimissioni, almeno qui però, le condizioni economiche e contrattuali di lavoro non sono in discussione: laddove l’operazione fosse perfezionata, ci sarebbe l’impegno di Zerocento per il mantenimento di tutte le garanzie attualmente godute».


«Da anni – concludono i sindacati – denunciamo che la cura dei nostri cari e la promozione sociale delle persone in condizioni di fragilità ha subito un processo di privatizzazione che, per concorrere, in quella giungla spietata che è l’economia di mercato, ha trasformato utenti in clienti, e lavoratrici e lavoratori in “missionari del sociale”. Tra precariato e bassi salari il settore è saturo di una cultura volontaristica che nega diritti minimi al lavoro. La vertenza delle lavoratrici di Sant'Umiltà si spinge ben oltre le mura di quella struttura, è una battaglia di civiltà che non può subire arretramenti, né cedimenti di sorta. Per questo motivo, nelle prossime ore, dopo aver diffidato le cooperative dal modificare le attuali condizioni contrattuali normative, retributive e contributive godute dalle lavoratrici coinvolte in questa riorganizzazione, invieremo richieste di intervento all’indirizzo del Prefetto, dell’Ispettorato del Lavoro, dell'ASP e dei vertici del distretto socio-sanitario della Romagna Faentina, e della Sanità regionale. I diritti non si discutono, si estendono».

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